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lunedì 12 ottobre 2020

La Filosofia del Servilismo: "Mara non aveva voglia di lavorare, Veronica neppure..."

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Pensi a ciò che pensi o ciò che pensi è il pensiero di qualcun altro?

L'idea che un barbone ubriaco viva in "modo sbagliato" è frutto della tua mente, o semplicemente è un modello che TU hai accettato come reale e giusto da qualche autorità esterna che a forza di ripetere il suo mantra lo ha trasformato in verità per te?





La Filosofia del Servilismo come ben sai, nasce a scuola, dove la Libertà cede il posto al senso del dovere, agli orari da rispettare, alle punizioni..



Veniamo alla nostra storiella:
 
In una famiglia povera qualunque, Mara, l'ultima nata di tre sorelle, è venuta al mondo stanca e annoiata, passa le sue giornate chiusa in camera o guardando telefilm, da grande cambierà spesso lavoro e la sua vita sarà spesso instabile. Alla fine dopo molti lavori cambiati si arrenderà a se stessa e ne accetterà uno per sentirsi "stabile", infine si dedicherà agli antidepressivi per sopportare la vita che gli viene imposta.

Mara a causa della sua Natura, viene definita da amici, colleghi e famigliari una "scansafatiche", una che non ha voglia di lavorare e che punta a farsi mantenere dagli altri.

In un quartiere a pochi km di distanza, una ragazza di nome Veronica, invece vive in una bella villetta con piscina, suo padre è un potente industriale, lei ha studiato molto, si è laureata ma alla fine ha preferito starsene a casa perché di lavorare non ne aveva proprio bisogno.

Veronica ben presto troverà un marito all'altezza delle sue aspettative, un dentista famoso, operai e spazzini non facevano per lei, l'avrebbero fatta sentire "insicura".
Grazie al suo stato privilegiato, Veronica continuerà a fare la viziata, dedicandosi al dolce nulla fare, senza che nessuna la faccia sentire in colpa.

I servi odiano Mara e apprezzano Veronica, perché Mara è una persona come loro, povera e costretta a lavorare per vivere, Veronica invece è la figlia di un capo, e sarebbe una vergogna se lavorasse.



Cosa insegna questa storia?

Daniele Reale

martedì 5 dicembre 2017

La differenza tra lavoro utile e lavoro inutile

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Molti lettori, forse per il loro modo superficiale di avvicinarsi alla mia pagina facebook "La Schiavitù del Lavoro", ci hanno scambiati per degli scansafatiche che odiano il lavoro, ecco perché scrivo questo articolo con lo scopo di chiarire le idee ora e in futuro a tutti, evitando inutili incomprensioni.

Al mondo esistono due tipi di lavoro: il lavoro utile e il lavoro inutile.

Il lavoro utile è quello che permette all'uomo di vivere serenamente, producendo il necessario per lui e per i suoi simili.
Questo tipo di lavoro è un lavoro giusto, nobile, che non solo permette all'uomo di garantirsi la sopravvivenza, ma anche di soddisfare la propria sete di sapere e questo vuol dire imparare a fare il pane, saper costruire un tavolo e delle sedie, saper coltivare frutta e ortaggi, saper fare il formaggio o il burro partendo dal latte appena munto, costruire una solida casa, saper fare un collegamento elettrico e via dicendo.

Questi sono tutti lavori utili a noi, che una volta imparati ci permetteranno di essere un pò più autonomi e ci possono dare anche qualche soddisfazione personale, se avevamo a cuore quello che stavamo imparando.

Ma al mondo oggi, almeno l'80%, ma azzardo pure un 89% dell'umanità, svolge lavori non solo inutili, ma profondamente demotivanti e stupidi.


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E' davvero utile produrre 32 milioni di frigoriferi l'anno, programmati per rompersi poche settimane dopo la scadenza della loro garanzia? Certo, è utile al profitto, all'economia, all'azienda che gli produce, ma quante materie prime vengono consumate per produrre tutta questa merce, non destinata, ma programmata per rompersi dopo 2-3 anni? 

In un mondo gestito da persone davvero sagge e non da giacche e cravatte ossessionate dal denaro, si progetterebbero oggetti che durino almeno 20 anni, in questo modo lo spreco di materie prime sarebbe ridotto al minimo indispensabile, si creerebbe meno immondizia e gli operai che producono tali oggetti non sarebbero costretti a lavorare tante ore al giorno, bensì molto poche, 2-3 ore al giorno al massimo!

Di conseguenza, la gente stessa spenderebbe molto, molto meno per l'acquisto di ciò che gli serve e si farebbe durare quel che ha il più a lungo possibile.


Risultati immagini per obsolescenza programmataEcco perché parlo di lavori inutili, perché tutte quelle ore che noi regaliamo alla produzione (contando che un operaio percepisce circa 1/30 della ricchezza che produce), sono ore sprecate, alla pari di quel matto che in riva al fiume prelevava sassi, li asciugava per poi ritirarli nel fiume!

Con la differenza che noi, tutto questo lo facciamo 8 ore al giorno in un loop monotono che dura più di 60 anni della nostra vita.


Non è stupido vivere così? Produrre per far salire i numerini dell'economia globale mentre il pianeta su cui siamo nati soffre per la nostra stupidità?




A cosa serve produrre più pane di quel che riusciamo a mangiare?





Quante macchine rimangono invendute ogni anno e lasciate a marcire in titanici parcheggi privati, pur di non abbassare i prezzi di vendita dell'automobile stessa? 

Questo è spreco, ma soprattutto lavoro inutile che gli operai hanno svolto, almeno il matto al fiume i sassi li rilancia in acqua, mentre noi, tutto il superfluo che produciamo e che non utilizziamo, è destinato a diventare rifiuto da smaltire, dandoci ulteriore lavoro inutile da svolgere, all'infinito...fino a quando perlomeno non decideremo di svegliarci e tornare a dirigere consapevolmente le nostre vite.


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mercoledì 16 agosto 2017

Stipendi ridicoli e case in affitto: ecco il futuro dei giovani italiani che si adattano a tutto

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I meravigliosi anni 90 sono finiti, nonostante si tenti in tutti i modi di riesumarli per dare una scossa di vitalità e gioia ad un Paese in piena decadenza sia economica che morale.

I lavori di oggi ti permettono di aprire un mutuo per acquistare l'auto dei tuoi sogni a rate, di andare tutti i pomeriggi al bar a bere l'aperitivo o di acquistare un capo firmato al mese, ma non ti permettono più di essere autosufficiente al 100%, di costruirti una vera e propria casa.

Oggi i giovani italiani sembrano condannati all'affitto o, a chi va meglio, di vivere ancora a casa dei suoi genitori, potendo così mettere i soldi da parte per un domani.

Cinquant'anni fa i nostri vecchi invece, con un paio di stagione in Svizzera o in Germania, potevano tornarsene in Italia con abbastanza soldi da costruire una casa senza neppure aprire un mutuo e pagare tassi spropositati d'interessi.


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Erano altri tempi, più duri dei nostri certamente sotto il profilo lavorativo, in quanto i loro lavori richiedevano notevoli sforzi fisici, ma bastavano appunto pochi anni di sacrifici, a volte anche solo una decina, per poter vivere poi serenamente per tutto il resto della vita sotto un tetto proprio, con una famiglia di 3-5 persone a carico e godendo di una proficua pensione ricevuto ogni mese dall'estero, ma oggi?

Oggi le menti spietate del Dio Denaro hanno progettato svariati corsi di specializzazione, tant'è che anche per pulire i cessi oggi serve un diploma, un master, un'attestato...mentre ieri i nostri vecchi non studiati guidavano camion, muletti, autobus, carriarmati senza tante rotture di scatole.

E poi ci sono gli stage, i contratti di apprendistato, vere e proprie perle del sfruttamento legalizzato, e tutta questa gran rottura di scatole per guadagnare, quando va bene, 1200 euro al mese...

E questi stronzi ti chiedono pure di andare al sabato a lavorare, mentre come un asino ti mettono la carota legata ad un filo penzolante dal loro bastone con scritto "straordinari", e la gente spreca felice il proprio Tempo per quei 100 euro in più in busta paga alla fine del mese.

I nostri padri invece consideravano ancora sacro il sabato e la domenica e molto difficilmente li si convinceva a lavorare in quei giorni festivi che solitamente si passavano tra pranzi e cene con gli amici, pic-nic, escursioni e relax, non come oggi che la gente preferisce lavorare perché a casa non saprebbe cosa fare.





La verità è che vi hanno annullato la creatività!




Ve l'hanno rubata e non ve ne siete neppure accorti.
Mentre guardate un film la vostra mente è passiva, spenta, le immagini scorrono su di voi e voi assistite ad esse inermi, i nostri vecchi invece leggevano e leggendo attivavano la mente, perché le immagini nella lettura le devi costruire tu, i personaggi te li devi immaginare, persino le voci, le espressioni, i colori e gli odori.



Risultati immagini per mente passiva tvOggi regna la passività, la mente non si usa più, tutto è già pronto, servito, e la gente si annoia a non lavorare, perché la monotonia del lavoro, orribile e ripetitiva all'interno di fabbriche e uffici, alla gente moderna piace, l'eterno loop della noia non solo lo si accetta, ma lo si ricerca, tant'è che ieri si festeggiava quando si finiva di lavorare, oggi invece si festeggia quando si trova un lavoro.

E i giovani d'oggi non sembrano neppure preoccupati per gli stipendi ridicoli che ricevono, non calcolano che con 1200 euro si ti puoi permettere abiti, telefoni e play station, ma una casa no, e non sembrano neppure preoccupati del fatto che saranno schiavi praticamente a vita, fino a 75 anni, sempre se lo stile di vita moderno permette di arrivare a tale età.

A volte mi chiedo a cosa serva che io me ne stia qui a perdere il mio tempo scrivendo articoli che in molti leggeranno, ma che pochi davvero capiranno e coglieranno l'animo libertario di un mondo diverso e meno buio di quello che stiamo vivendo, ma poi penso a me, a quando anni fa per la prima volta ascoltai il "discorso tipico dello schiavo" di Silvano Agosti su Youtube e illuminato e ispirato, decisi in seguito di aprire questo blog per aiutare gli altri.

E' per questo che scrivo, per tutti quelli come me che ancora sognano e sperano, a noi tutti "disadattati" in un mondo spietato e solitario, e se anche solo riesco a ispirare la voglia di cambiamento in una sola persona, io sentirò di aver portato a termine il mio compito.

Grazie a tutti voi che mi seguite.

Grazie a tutti voi che lottate.

Grazie a tutti voi che nonostante tutto non vi arrendete.

E grazie anche a te che, convinto e ispirato dalle mie parole, deciderai di portare avanti il difficile compito di risvegliare i tuoi simili addormentati.

sabato 15 luglio 2017

La comodità è una droga che si acquista con il lavoro

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Solo cinquant'anni fa, in Italia la maggior parte delle famiglie non aveva ancora un frigorifero o una televisione, l'automobile era un lusso che spettava solo al capo famiglia e lavastoviglie ed asciugabiancheria erano oggetti che in pochi potevano permettersi.

La gente di allora sognava di lavare i piatti più in fretta, di asciugare il bucato senza l'aiuto del Sole o di lavare i panni sporchi in pochi minuti. Questi sogni negli anni si sono materializzati, ed oggi tutta questa diabolica tecnologia è a portata di tutti.

Oggi non ci sono famiglie che non abbiamo in casa propria un frigorifero, una tv, una lavastoviglie, una lavatrice o una stufetta elettrica scaldabagno.

Oggi tutti questi oggetti ci sembrano "indispensabili" e fatichiamo addirittura ad immaginarci una vita senza di loro, eppure, fino a ieri, la gente ha saputo farne a meno.



La comodità è una droga che si acquista con il lavoro, ed è una droga sia fisica che mentale, basta infatti la rottura di un elettrodomestico per mandarci su tutte le furie, rivelando la nostra "crisi d'astinenza".


Immagine correlataSiamo tutti drogati senza rendercene conto e questa droga d'eccellenza ci viene venduta attraverso gli spacciatori pubblicitari che ci invogliano all'acquisto, ma il lato più buffo della faccenda è che noi siamo sia i produttori che i consumatori.

Siamo noi a produrre su ordine delle aziende tutti questi elettrodomestici che finiscono per crearci dipendenza, siamo noi dunque ad auto-schiavizzarci nelle fabbriche e ad auto-sottrarci il nostro TEMPO per produrre tutta quella merce, che ha detta nostra, ci serve per guadagnare tempo, per fare più in fretta.

Un tempo la casalinga aveva l'intera giornata per lavare, stirare, asciugare i panni e cucinare, ma dopo che ha scelto di unirsi al club del lavoro salariato non ha avuto più tempo per questo ed ha quindi dovuto acquistare tutti quegli elettrodomestici che svolgono il lavoro al suo posto, elettrodomestici ovviamente programmati per guastarsi ogni tot anni, in modo tale da spingere il consumatore a riacquistarne di nuovi una volta buttati i precedenti.





Per chi non lo sapesse, questa si chiama obsolescenza programmata.




Immagine correlataRiassumendo: nel passato abbiamo desiderato una vita più confortevole che ci sollevasse dalle mansioni domestiche altrimenti dette "lavoro", abbiamo quindi creato degli apparecchi che eseguono i mestieri al posto nostro, ma non avevamo fatto i conti che quegli apparecchi andavano costruiti, proprio da noi...

Ed ora dopo millenni di storia dell'umanità, ci ritroviamo a lavorare più di prima, per pagare a rate quegli oggetti concepiti per non farci lavorare.

Ed ora siamo qua, tutti dipendenti da questa droga tecnologica che ci viene venduta una rata alla volta, a chiederci quale sarà il nostro prossimo oggetto di cui non potremmo mai più farne a meno.


Daniele Reale

lunedì 10 luglio 2017

Non esiste la "voglia di lavorare"

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E' giunta l'ora di sfatare una volta per tutte il falso mito della voglia di lavorare perché non esiste una voglia di lavorare.

Il lavoro fin dai tempi antichi ha sempre significato fatica, sacrificio e tortura, sia fisica, sia psicologica, tant'è che il lavoro nei tempi antichi era riservato solo agli schiavi e ai servi (schiavi volontari).


Risultati immagini per voglia di lavorareA partire dall'Era Industriale invece, il lavoro, anche grazie alla propaganda ripetitiva della televisione, è stato magicamente trasformato in attività dignitosa, in aspirazione, in carriera, e così fino ai giorni nostri, dove lo schiavo è divenuto un servo volontario, particolarmente felice di trovare un lavoro, entusiasta nello svolgere ogni giorno le stesse azioni, euforico alla vista di un contratto fisso che lo lega alla monotonia fino alla vecchiaia.

Ed è sempre grazie alla propaganda del potere attraverso i mezzi di "informazione" che quell'attività odiata ed evitata nell'antichità, oggi rappresenta la massima aspirazione dell'essere umano, risulta naturale quindi che chi nel tempo non si è omologato al pensiero dominante è stato etichettato come scansafatiche, fannullone o semplicemente come uno che non ha voglia di lavorare.






Ma che cos'è la voglia di lavorare?





Le radici della parola lavoro come sappiamo rappresentano solo significati negativi: fatica, sforzo, travaglio, che deriva dal latino tripalium (strumento di tortura)!

Sarebbe sciocco dunque affermare che esistano persone con la voglia di fare fatica, di sforzarsi o di subire un travaglio fisico e mentale.

Certo ci sono persone che amano il proprio lavoro, come il pilota di F1, il calciatore, il politico, l'atleta o il musicista, ma essi svolgono il lavoro che hanno sempre sognato, o meglio quello che sono nati per fare...


Risultati immagini per leonardo da vinciLeonardo Da Vinci come Michelangelo dipingeva e certamente non provava stress o fatica nel dipingere, ma provate costringere un meccanico o un falegname a dipingere tutto il giorno e vedrete come questi odieranno la pittura e l'arte...


Perché? Per il semplice motivo che verrebbero costretti a fare un lavoro che non sono portati a fare, che non lo sentono dentro, nel cuore, nella propria anima, allora ha senso ancora criticare chi "non ha voglia di lavorare"?






No, perché la voglia stessa di lavorare non esiste.




Esistono solo dei ruoli a cui siamo portati fin dall'infanzia, e c'è pure il ruolo del lavoratore felice, che essendo nato privo d'ispirazioni, prova piacere nello svolgere compiti e mansioni per conto di altre persone, ed è giusto così, altrimenti il mondo sarebbe un vero e proprio caos.

Si, ci sono persone che amano semplicemente lavorare, svolgere una qualsiasi attività venga loro proposta, ma quest'ultime non dovrebbero criticare chi al contrario loro non vuole svolgere un qualsiasi compito assegnatole.

Ecco perché trovo il sistema attuale profondamente ingiusto e destinato a crollare, perché come può reggersi in piedi un sistema dove al posto di insegnarti a pensare a cosa davvero vuoi fare nella tua vita, ti spinge invece a trovarti un lavoro? Un qualsiasi lavoro?!


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La verità è che oggi non c'è una vera libertà di scelta e gli esseri umani sono sempre più costretti ad abbandonare i propri sogni e le proprie aspirazioni a favore di ruoli alienanti, stressanti e insignificanti, tutte piccole gabbiette gentilmente offerte dal sistema stesso, dove la gente si incastra a vita in cambio di uno stipendio sicuro a fine mese.

Questa è la morte dell'Anima, della qualità fondamentale umana che è la CREATIVITA', oggi non si crea più nulla, si lavora e si portano a casa i soldi, si costruiscono le case e si acquistano le macchine, ma i sogni? E si finisce così per morire come tanti consumatori, senza aver realizzato un vero e proprio scopo nella propria vita.

Consolatevi o voi che non avete voglia di lavorare, perché i sani in questo mondo malato siete voi, a cui hanno reciso le ali dei vostri sogni e delle vostre vere aspirazioni, e ricordate che non siete dei falliti, tanto meno degli scansafatiche, sono sicuro che se vi fosse data possibilità e tempo, trovereste anche voi il lavoro della vostra vita, quello per cui siete nati per fare.





Mandate a quel Paese chi vi dice che non avete voglia di lavorare!




Se ancora odiate svolgere mansioni per voi insignificanti significa solo che non sono ancora riusciti a corrompervi l'anima.


Daniele Reale

mercoledì 21 giugno 2017

Il lavoro? Un male sociale che possiamo curare solo con l'ozio





Contrariamente ad una idea diffusa ad arte dai centri di condizionamento dello spettacolo moderno, il lavoro non è una catastrofe naturale. 

È un male sociale, il cui falso rimedio, la disoccupazione, fa peggiorare il cattivo stato del paziente e talvolta lo finisce. Consideriamo per prima cosa le origini del lavoro. Si sa che in tutte le lingue il termine deriva da strumenti di tortura o che è sinonimo di sofferenza, sforzo estenuante, pena ed afflizione. 


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La Bibbia ne fa la punizione divina ed i miti universali parlano di una età dell'oro originale indenne dall'obbligo del lavoro. È proprio ciò che hanno confermato le serie ricerche sulla preistoria condotte da Marshall Sahlins. 

Il cacciatore-raccoglitore, prima dell'invenzione dell'agricoltura, delle classi e dello Stato, non lavorava; si dedicava alle libere attività dell'essere umano, che consistevano nel cacciare e raccogliere, mangiare, dormire, godere e viaggiare. 

Il lavoro inizia storicamente con il dominio di un uomo sul suo simile, di una classe su un'altra. Si tratta sempre di una classe improduttiva (preti e possidenti) che condanna al lavoro una classe produttrice e ne accaparra la produzione. 





Dominio e sfruttamento sono una sola ed unica cosa. 




Ciò che separa la libera attività dal massacrante lavoro consiste quindi nella accumulazione di frutti dell'attività di un individuo che si trova costretto a produrre per qualcuno estraneo alla sua produzione e che se ne appropria. 

Il lavoro crea ricchezza, ma quella altrui. 
Così il lavoro sanziona il passaggio della libertà originale alla schiavitù, che solo di recente ha fatto posto, per soddisfare le esigenze del commercio mondale (ormai chiamato globalizzazione), alla sua versione aggravata: il salario generalizzato. 

Già Nicolas Linguet, filosofo dei Lumi, vedeva nella schiavitù salariata un peggioramento dell'antica schiavitù. 

Il lavoro non è solo l'insicurezza sociale; è soprattutto il supplizio quotidiano dell'uomo abbrutito dalla ripetizione di compiti insipidi e alienanti. Lavorare è una debolezza quando si può farne a meno e fare qualcosa di meglio: è quanto hanno sostenuto lungo tutta la storia le élite intellettuali che disprezzavano il lavoro. 



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Le raffinate civiltà dell'India, della Cina e della Grecia antiche ponevano il lavoro al di sotto di tutto. 

Gli indigeni delle Antille preferivano, nel Rinascimento, cessare di riprodursi piuttosto che piegarsi al lavoro imposto dagli europei e ancora oggi nello Sri Lankais si mutilano più volentieri al fine di mendicare piuttosto che subire l'obbligo del lavoro!




Del resto, tutte le lingue possiedono dei detti che rimettono il lavoro al suo posto, l'ultimo: «Lavorano solo quelli che non sanno fare altro» dicono i portoghesi, mentre i russi assicurano che «lavorando si diventa più velocemente gobbi che ricchi»! 

Ai giorni nostri è la miseria generale generata dal mondo capitalista della produzione forsennata a curvare così sovranamente la schiena dello schiavo moderno sotto questo flagello laborioso. 




Risultati immagini per mondo capitalistaL'ozio rimane il sogno impossibile del proletario incatenato ad orari estenuanti, sventurato su cui incombe la precarietà. 

Il paese più «sviluppato», gli USA, ha compiuto un passo in più nell'abiezione creando una classe numerosa di working poor: la massa di coloro che devono sgobbare duro per non morire di fame senza poter sfuggire alla fame. 


Infine, il lavoro è diventato la causa di tutti i mali che affliggono la società spacciata per moderna e che si trova ad essere la più degradante di tutte quelle che si sono susseguite dalla comparsa dell'uomo sulla terra. 

È al lavoro, ormai non solo inutile ma nocivo, che si deve l'inquinamento universale del globo terrestre ad opera dei prodotti industriali, chimici, farmaceutici, nucleari, eccetera. 

L'avvelenamento generalizzato dovuto al lavoro forsennato degenerato in epidemie che si credevano scomparse e le malattie da prioni sono alcuni tristi esempi. La folle logica del profitto conduce «in modo naturale» alla pazzia in massa delle mucche altrettanto funestamente che all'estinzione delle specie animali e vegetali. 






Sono anche le ricadute del lavorio alienato a rendere l'acqua imbevibile e l'aria irrespirabile. 





In breve, non è l'ozio ad essere il padre di tutti i vizi, è il lavoro ad essere il padre di tutte le decadenze. 


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Mens sana in corpore sano, l'antico adagio dei nostri avi che invocano uno spirito sano in un corpo sano non può concepirsi oggi senza fare appello alle virtù della pigrizia. 

È l'ozio che ormai occorre riabilitare in maniera urgente, contro coloro che ci derubano del nostro tempo, contro i vampiri che ci assassinano poco alla volta nel nome del mercato e dello Stato.

Bisogna considerare l'ozio come una attività creatrice, alla stregua della passione della distruzione cara a Bakunin. Per l’irrimediabile nemico di un mondo che ci conduce alla morte con la miseria del lavoro ed il lavoro della miseria, l'ozio serve nel vero senso della parola la qualità del tempo ritrovato, di un presente che mira a rivalorizzare i piaceri di una vita intensamente vissuta. 

Morte al lavoro. 

Facciamola finita con la noia di un mondo laborioso!  


Testo di Attila Toukkour

martedì 30 maggio 2017

Abbiamo un lavoro, ma non abbiamo più una vita



La parola "estate" a 15 anni significava vacanze, mare, andare a dormire tardi la sera, le chiacchierate con gli amici, seni scoperti, pranzi leggeri, angurie, meloni e docce rinfrescanti.

L'estate a 15 anni significava anche nuovi amici, nuovi amori, storie di un mesetto e via, ma estate allora significava soprattutto "libertà", e quei 3 mesi di caldo estivo, di bagni e di abbronzature erano una vera e propria manna dal cielo dopo 9 lunghi mesi di scuola.


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A settembre già ci si lamentava quando riiniziava la routine di sveglie al mattino presto, di compiti, libri e doveri, e certo a quell'età di certo non si pensava che quelle estati spensierate sarebbero state destinate presto a finire quando il cosiddetto "mondo del lavoro" ci avrebbe accolto, pronto a trasformarci da adolescenti felici ad adulti stressati e annoiati.



E' vero, dopo un pò ci si abitua, come ci siamo abituati negli anni alle strade sempre più trafficate, all'aria inquinata, al cibo industriale, al cancro causato da uno stile di vita folle che sta divorando la nostra società giorno per giorno.




Immagine correlataCi si abitua a tutto e forse è questo il nostro imperdonabile errore, perché non si dovrebbe mai abituarsi alle cose brutte, rendendoci addirittura complici, l'attuale situazione delle nostre condizioni lavorative ne è l'esempio lampante.

Ieri sognavamo le vacanze estive, oggi sogniamo il posto fisso, i cartellini da timbrare, le facce stufe e depresse dei nostri colleghi al lunedì mattina, oggi sogniamo di abituarci, di accontentarci, mentre fino a ieri sognavamo di raggiungere le Stelle, i pianeti lontani.


Oggi non abbiamo più orizzonti davanti a noi, solo linee rette che danno l'illusione di arrivare chissà dove e invece stanno sempre ferme li, come le nostre vite, splendide e traboccanti di sogni e desideri da giovani, piatte e opache dai 20 anni in su, mentre cerchiamo di dimostrare al mondo il contrario pubblicando le nostre foto felici e sorridenti mentre sorseggiate un costoso cocktail da 10 euro in una spiaggia turistica sovraffolata, dove abbiamo precedentemente pagato 7-.8 euro di parcheggio e ci siete sentiti in dovere di acquistare un vestito nuovo prima di arrivare in spiaggia.





No non mi fregate, io li conosco quei finti sorrisi, quei selfie scattati in quello sputo di libertà che voi chiamate "vacanza".




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Ma quale vacanza? Se solo aveste speso un solo anno della vostra vita a sforzarvi di migliorare il mondo, a far valere le vostre idee (se ne avete...) a difendere Madre Terra, la sua acqua, le sue terre, voi stessi e i vostri simili, e per simili non intendo solo quelli con il colore uguale della vostra pelle, oggi la vostra vita sarebbe al 70% vacanza, con più piaceri che doveri, con poche ore di lavoro, quelle che realmente servono per provvedere a voi stessi e alla società se ancora ne esiste una in questo mondo di uomini feroci dagli obiettivi egoistici e folli, ma voi avete preferito accontentarvi, corrotti da una tv al plasma in salotto e da qualche capriccio concessovi a rate.

Eccoci dunque arrivati all'estate degli schiavi, che pagano le tasse per pagare poi ugualmente i pedaggi autostradali, cui una settimana di "vacanze" le costerà il prezzo di due mesi di duro lavoro, ma già, tanto questa estate si guadagna di più, perché ci hanno chiesto di fare gli straordinari, da 8 a 10-12 ore al giorni, come gli sgobboni da miniera agli inizi del 1900.





Siamo tornati indietro di più di 100 anni? Magari...




Qui siamo nuovamente al Medioevo, ma che dico, alla schiavitù egizia, perché oggi ci chiamano al sabato mattina ancora a lavorare dopo la lunga settimana iniziata lunedì mattina, ma di che ci lamentiamo? 


Immagine correlataAlmeno abbiamo un lavoro...è si schiavi, avete ragione, abbiamo un lavoro, ma non abbiamo più una vita, e sembra non accorgersene nessuno, come non ci si vuole accorgere che fare andare la gente a lavorare al sabato, aggiungendo le ore di straordinario e quelle di flessibilità nel bel mezzo di un'estate di Sole, non è strategia produttiva, ma un modo per non farvi vivere, ma tanto chi se ne accorge? 


Tranne i barboni e i bambini, a me sembrano già tutti morti.


Daniele Reale

domenica 7 maggio 2017

Daniele Reale: "Gli umani coltivati in serie come i filari di mele"

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L'idea di sacrificare la tua intera vita nei doveri, negli impegni, nella monotona routine quotidiana è una tua scelta, nessuno ti ha mai costretto a farlo, eppure quasi tutti gli uomini e le donne di questo pianeta preferiscono scegliere un'esistenza preconfezionata dal Papa, dal prete, dal politico, dal datore di lavoro, dai genitori che fin da piccolo gli hanno detto cosa fare, da qualsiasi persona all'infuori di sé stessi.

Signori e signore siamo sempre e solo noi gli architetti dell'inferno sulla Terra, delle guerre, delle ingiustizie, del Potere, delle istituzioni e del Dio denaro.

Prova chiedere ad un bambino di tre anni, cosa può fregargliene del Pil, dello spread, delle riforme economiche, dei fondi salva Stato e di tutte queste stronzate camuffate dietro termini tecnici, in modo tale che la gente comune non comprenda mai il loro significato.
Prova chiederglielo e vedrai che per quel bambino quello di cui gli stai parlando sarà una lingua sconosciuta, non gliene fregherà assolutamente nulla ed è giusto cosi, perché al bambino non interessano i numerini sullo schermo di un computer, ne se le quote in borsa salgono o scendono. 

Al bambino interessa vivere, mangiare, giocare, imparare, al bambino interessa amare, ricevere e dare affetto a chi gli sta intorno, non solo ai suoi genitori, fratelli e sorelle ma a tutte le persone che incontra, perché per lui non esistono ancora sconosciuti. 





Perlomeno fino a quando gli adulti non gli insinuano paure ed angosce nella sua testa.




I bambini, soprattutto qui in occidente, nascono in una realtà di persone frustate, di persone perennemente di fretta, sempre prese da mille impegni in perenne lotta con il cronometro, sempre irritate e in collera con il mondo. 


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Di fatto crescendo nel caos della vita moderna, i bambini non possono che imparare che la felicità viene da ciò che si possiede, vedono le persone sorridere solo quando viene regalato loro qualcosa, quando il padre torna a casa con una nuova promozione sul lavoro che lo assenterà da casa ancor di più, quando il fratello per il suo compleanno riceverà in regalo l'ultimo costoso modello dell'Iphone.

La felicità dunque non viene più vista come un meraviglioso stato dell'essere di cui siamo già in possesso, ma come qualcosa che si deve raggiungere, che si deve conquistare o peggio ancora comprare.

I bambini andrebbero lasciati in pace, lasciati liberi di crescere secondo le radici del loro essere.

Invece che succede? Appena rompono il loro seme e si apprestano a crescere e fare esperienza in questa realtà fisica, vengono subito prelevati dalla loro individualità e coltivati in serie, legati appunto come alberi tutti assieme nella stessa combina.





Le analogie dei bambini con gli alberi sono molteplici:



Risultati immagini per filari meleDi fatto un bambino, come un albero, se lasciato crescere secondo i suoi desideri e le sue necessità, non può che divenire maestoso, mentre quella che in Occidente chiamiamo “educazione” non fa altro che legare tutti questi giovani alberi con il fil di ferro (istruzione) alla stessa combina di coltivazione (società), il quale il loro unico scopo è quello di continuare a recidere i loro rami (individualità, aspirazioni, sogni, desideri) in modo tale che essi continuino a dare i loro frutti in modo produttivo ( il mondo del lavoro e del profitto).

Di fatto questi alberi non saranno mai destinati a crescere in altezza, non svilupperanno mai una folta chioma, né si distingueranno più l'un dall'altro, e una volta giunti alla fine del loro ciclo produttivo (vecchiaia) , verranno presi e sradicati dal suolo per far posto ai nuovi arrivati (futuri schiavi).

(...) Nessun bambino sognerebbe mai di distruggere il pianeta su cui vive, lo farà invece quando diventerà grande, quando il mondo degli adulti gli avrà insegnato che la carriera e i soldi sono più importanti di tutto ciò che lo circonda.




Daniele Reale 

dal libro mai pubblicato "Pensiero Libero"


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sabato 29 ottobre 2016

Viviamo in una società malata che festeggia i morti, ma non i vivi.

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Il 2 Novembre si festeggia la commemorazione dei defunti, dei nostri cari che non ci sono più.

Impegnati quali siamo, abbiamo bisogno di un giorno l'anno per ricordare chi non c'è più, ma quel che è più patetico è il fatto che nella nostra decadente cultura l'essere morti è fonte di ricordo e commemorazione, mentre l'essere vivi è fonte di tribolazione, di ansie, di stress, di corse senza fine, di lavoro snervante e avvilente.


Perché allora non festeggiare 
le persone quando sono in vita?


Magari facendo in modo che non si usurino come bestie da traino per quarant'anni in fabbrica? Perché rivolgiamo tanta attenzione alle persone solo quando non ci sono più? 

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I vecchi non sarebbero forse più felici di morire tra le proprie mura che in una casa di riposo? Le persone non sarebbero tutte più felici di essere rispettate qui ed ora, magari facendo in modo che nessuno lavori mai più di 4 ore al giorno, invece che ricordarle con le solite frasi fatte dette dal prete al loro funerale?

"Era una brava persona", certo che lo era, e poteva esserlo ancora di più se fosse nata in una società che valorizza l'essere umano invece che trattarlo come uno stupido robot produttivo destinato a consumarsi di fatica per il "bene dell'economia".

E se iniziassimo a rispettarci di più da vivi?

A costruire insieme una società migliore fondata non sull'egocentrismo e le carriere individuali, ma sul benessere di tutti?

Un mondo dove ogni giorno si festeggia la vita?

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Dove non serve andare al supermercato per incontrare le persone?

Dove finite le poche ore al giorno di "dovere", necessarie per vivere, tutti si riversano nei parchi, nelle piazze, nei fiumi, ancora cariche di vitalità e ansiose di incontrare il mondo, invece che rinchiudersi ognuno a casa loro ipnotizzati dalla TV come invece accade oggi?

Ecco perché trovo altamente ipocrita la festa dei morti del 2 novembre, perché in questa società malata ci si ricorda dei vivi solo quando sono morti.

Daniele Reale

lunedì 26 settembre 2016

C'E CHI LA CHIAMA LIBERTÀ', 8 ORE CHIUSO IN FABBRICA

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A questo punto siamo ridotti, confondere la vera libertà con la libertà di scegliere un lavoro e il proprio padrone, roba da far rivoltare sulla tomba tutti i grandi rivoluzionari e libertari del mondo che hanno sacrificato la propria vita con al cuore il pensiero fisso di un mondo nuovo, felice, senza sfruttati e senza sfruttatori.

Ma del resto che ne sanno i giovani oggi degli ideali libertari?
Di cosa significa sacrificarsi per il bene degli altri?

Perché un domani nessuno debba più morire di fame o accettare un lavoro di merda perché perennemente ricattato dall'oscuro concetto del "Se non lavori non mangi?"

E allora, dopo le gloriose conquiste civili e operaio degli anni 60-70, oggi siamo arrivati al punto di chiamare "libertà" la nostra quotidiana schiavitù, e guai a lamentarsi, poiché gli ottusi schiavi moderni fieri di vivere la propria vita all'insegna della monotonia e del consumismo, subito ci attaccano il difesa del sistema che gli ha creati, dicendoci:



"Ringrazia il cielo di avere un lavoro!"


Quindi oggi le masse entrano nelle fabbriche felici di svolgere mansioni monotone, otto ore al giorno, poiché hanno smesso di sognare un modo diverso di vivere, semplicemente si accontentano di ciò che viene loro proposto, del resto un lavoro sicuro assicura loro macchina e telefono nuovo, l'affitto per l'appartamentino e i soldi da spendere nei locali più alla moda nei giorni concessi loro di intervallo nel weekend.

E la chiamano libertà, senza sapere cosa sia davvero la libertà, senza immaginare che se fossero davvero liberi nessuno li obbligherebbe mai a lavorare otto ore al giorno, perché in un mondo davvero "libero" risulterebbe a tutti inconcepibile lavorare così tante ore al giorno, come ad una rondine, finito di costruire il proprio nido, risulterebbe inconcepibile costruire altri nidi per il resto della sua vita.


Ma come siamo arrivati a questo? Semplice!
Azzerando il pensiero libertario attraverso il sistema scolastico, racchiudendo milioni di bambini in quelle gabbie chiamate "scuole", dove la prima cosa che si insegna è l'obbedienza verso le autorità (professori, maestre, presidi) e la competitività spietata verso i propri simili (compagni di classe).

Si spezza così il naturale cerchio che porta gli individui ad amarsi e aiutarsi, trasformandolo nella futura piramide sociale, dove "vince il migliore" e il forte schiaccia il debole.

Risulta quindi normale che in un mondo snaturalizzato e privato dell'amore verso il prossimo, gli schiavi puntino alle carriere individuali e a riempire di spazzatura il proprio ego, invece che sostenersi a vicenda, facendo in modo che a nessuno manchi niente, ed è così che anche la libertà di fare e di essere, viene confusa con la libertà di spendere i propri soldi.

Ma del resto in quest'epoca composta di superficiali materialisti, a chi importa essere? A chi importa fare un lavoro dove oltre alle mani si usi la testa? A chi importa sviluppare il proprio talento e la propria creatività, quando il pensiero più grande è "come vestirsi" o"come spendere i proprio soldi per far colpo o impressione sulle altre persone per sentirsi socialmente accettati da una società in totale crisi d'identità?"

Daniele Reale

sabato 30 luglio 2016

...E poi ho trovato lavoro...



...E poi ho trovato lavoro...



E' proprio vero, da giovani si sogna di esser grandi, e non si fa altro che pensare a quando saremo autonomi ed indipendenti, a quanto figa sarà la nostra vita e al come addobberemo al meglio la nostra futura casa.

Da giovani si pensa pure che in futuro guadagneremo più rispetto e finalmente i "grandi" ci ascolteranno, perché saremo grandi anche noi, ma la triste verità si scopre solo ai trent'anni, quando finalmente cominci ad esser "grande" e ti rendi irrimediabilmente conto che tutta quella fretta di crescere sarebbe stato meglio non avercela mai avuta...

Ti guardi indietro e vedi tutto quel fantastico mondo che ti sei appena lasciato alle spalle, nel mio caso quel mondo era fatto di feste, corse coi motorini, pomeriggi con gli amici e focose serate con le ragazze. 

Ricordo che le mie giornate si ripetevano pressapoco così: 


Mattino: Sveglia - colazione - chiacchierata del "buongiorno" in corriera durante il tragitto casa/scuola, poi, spuntini a base di merendine e caramelle durante le noiose ore di lezione, fantasticate mentali sulle proprie compagne di classe e non, e dispetti tra compagni di banco.

Pomeriggio: Pranzo veloce, un'ora ad ascoltare il "Cammino di Gigi D'Agostino" e poi in giro con gli amici fino all'ora di cena (19.00  circa). 

Sera: Massimo un'ora dedicata ai compiti per casa (il resto lo copiavo dai miei compagni di classe il giorno successivo) , cena e passeggiata rilassante per le vie del mio paese in compagnia del mio vicino di casa, raccontandoci come avevamo passato la giornata e programmando la successiva...


In quei tempi io non conoscevo la noia, non sapevo nemmeno cosa significasse, poiché ogni giorno, che piovesse, tirasse il vento, o che cascasse il mondo. noi avevamo sempre qualcosa di nuovo da fare, una volta era la gara di motorini, un'altra il bagno al fiume, si facevano le lotte in casa sui materassi e si costruivano capanne nei boschi, spiavamo le ragazze che si cambiavano negli spogliatoi della piscina e facevamo continuamente scherzi ai passanti, come il classico del filo da pesca e la banconota...


Ogni giorno era un'avventura e tutto era fantastico, già il giovedì sera iniziavano le farfalle nello stomaco perché sentivamo il sabato sera oramai vicino, e allora sabato sera significava festa, divertimento, ma soprattutto conoscere nuove ragazze con cui provarci, improvvisando storie assurde per far colpo su di loro.

Quel periodo che va dai 16 ai 21 anni, lo sentivo carico di vita nell'aria e non scorderò mai le notti insonni, dove non riesci a dormire per l'emozione di quello che devi fare domani, le risate incontrollate con gli amici, gli urli liberi, spontanei e sinceri, che si lanciavano quando non si riusciva ad esprimere la propria felicità a parole, e poi i falò sotto il cielo stellato, i primi innocenti amori...


Ma quel mondo perfetto era destinato presto a scomparire, lo percepii per la prima volta attorno ai 19 anni, quando vedevo disfarsi poco alla volta le grandi compagnie, ognuno stava prendendo la propria strada, convinto che ormai era troppo "grande" per i giochi ed il divertimento, e così poco alla volta ci separammo.

Il lavoro, con le sue classiche e stramaledette, otto ore giornaliere, aveva riempito di "doveri" le nostre vite, ed i pomeriggi spensierati diventarono così la noiosissima routine del svegliati-lavora-pranza-lavora-dormi e riposati che domani è un altro giorno uguale a ieri...

Ed ora guardo indietro a quei tempi persi per sempre e mi rendo conto di quanto abbiamo perso in questi anni, la nostra serenità prima di tutto, ora abbiamo macchine nuove e telefoni di ultima generazione, ma i nostri sorrisi non sono più sinceri.
A volte ridiamo perché ci sentiamo in dovere di ridere.
A volte ci divertiamo perché ci sentiamo in dovere di divertirci.


E trovo tutto questo "fingere che tutto vada bene", patetico.
Trovo le serate passate a bere alcolici, dannatamente noiose, perché allora non avevamo nemmeno il bisogno di bere, la nostra vita era una continua ebrezza, perché noi eravamo felici dentro, oggi invece sento la noia divorarmi e spesso mi rendo conto di uscire di casa, semplicemente perché devo fare qualcosa di diverso, con il risultato di trovarmi di nuovo a letto all'una di notte, dopo aver passato delle ore a sbadigliare, ascoltando le solite noiose storie, trite e ritrite.

Eppure tutti allora sognavamo di diventare grandi, di avere un lavoro per poterci comperare tutto quello che vogliamo.

Ma ad oggi siamo davvero felici?

Io di certo no, anzi trovo stupido credere che "diventare grandi" e "assumerci le nostre responsabilità" significhi solo sgobbare come muli in qualche fabbriche o in qualche ufficio, in attesa di ricevere lo stipendio alla fine del mese per fare i fighi dimostrando agli altri ciò che ci possiamo permettere.

Infondo cos'è una macchina nuova se messa a confronto con la libertà che ti da un semplice motorino? Ma vuoi mettere cosa significa trovare sempre parcheggio e non andartene in giro con l'incubo che qualcuno strisci la tua carriola di cui stai ancora pagando le rate? Vuoi mettere l'aria sulla faccia? L'amica che si stringe a te quando la porti in sella? I 5 euro di benzina che ti bastavano per scorrazzare una settimana?! 

E vuoi mettere le nostre piccole capanne accoglienti a confronto di tutti questi appartamenti sfarzosi, ma senz'anima? 


Tutto questo se ne è andato per colpa di quel maledetto "mondo del lavoro" che ha fatto di noi delle persone perbene senza più sogni ne avventura, talmente impegnati a tirare avanti, da non farci mai chiedere se sia davvero giusto lavorare tutte queste ore per un tempo così lungo della nostra vita...e per produrre che cosa poi? 

I nostri stessi vizi... come quello di fumare e di ubriacarci, o quello di giocare d'azzardo e di spendere tutti i nostri soldi per stare al passo con i tempi e con la società, ovvero rincorrendo le mode, modernizzando casa e cambiando telefono ogni anno.  

Ed è così che quelli come me finiscono tra i "disadattati", i sognatori, i bambinoni che non vogliono crescere mai, solo perché osano mettere in discussione il marcio dominante, e sono proprio gli stessi compagni di avventure di ieri che oggi ti prendono per matto, quando cerchi di toglier loro il prosciutto dagli occhi, dimostrandogli che infondo diventar "grandi", significa solo portare avanti la tradizione millenaria che ci vuole tutti schiavi, ieri del faraone, del re e dell'imperatore, oggi del capitalismo e del consumismo frenetico...

Ma io sono ancora qua, con il bambino di ieri nel cuore, eterno Peter Pan, che invecchia fuori, ma mai dentro, e sono qua per mantenere accesa la fiamma dei vostri animi sognatori, per dirvi che non siete soli e che non siete sbagliati.

Infondo anche voi percepite che questo non è l'unico modo di vivere, che ci dev'essere un altro modo, più sensato e "umano" di stare al mondo, dove non esista separazione, dove il lavoro ritorni ad essere la fonte di sostenimento e non più l'attuale infame furto del nostro vivere.

Daniele Reale