mercoledì 23 agosto 2017

Il lavoro c’è, ma non è retribuito.

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Articolo di Angelo P.:


Siamo una generazione cresciuta a pane ed etica del lavoro: sapevamo che avremmo dovuto studiare molto, e bene, per poter avere un lavoro degnamente retribuito.

Invece qualcosa, lungo il percorso, si è spezzato: qualcuno l’ha chiamata globalizzazione (e cambiamento tecnologico), qualcuno debito pubblico e paralisi dello Stato, qualcun altro crisi economica.

E siamo diventati dipendenti di aziende o, molto più spesso che in passato, liberi professionisti, free lance in ogni settore. Niente di più falso dunque che affermare che il lavoro sia finito. 





No il lavoro c’è, ma non è retribuito. 




Oggi le nostre giornate di lavoro sono lunghissime. 
Cominciano la mattina presto, finiscono tardi, quando finiamo di rispondere agli ultimi messaggi o sistemare le ultime cose. Nel frattempo si è moltiplicato il lavoro sui social media, strumento fondamentale per promuovere tutto ciò che facciamo.

Di chi è la colpa di questa situazione? Per l’Italia, di generazioni precedenti che hanno rapinato tutte le risorse e continuano a rapinarle ancora oggi, settantenni ancora avidi di poltrone. 


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Poi una classe politica che non sa più cosa significhi proteggere il lavoro, anche perché non ha idea di come il lavoro sia cambiato, di cosa sia diventato, non conosce le nuove tecnologie, non sa nulla di nulla. 

L’unica cosa che sa è fare leggi, come il Jobs Act, che consentano alle aziende di fare praticamente qualunque cosa sulla pelle dei lavoratori e al tempo stesso che legano le mani ai giudici del lavoro, molti dei quali lamentano l’impossibilità, oggi, di difendere davvero i lavoratori vessati e oppressi come loro vorrebbero. 


Infine di un’Europa cieca di fronte a paesi che hanno generazioni di giovani e di genitori – specie donne, specie madri – che non riescono ad avere redditi sufficienti per mantenersi, mentre sono prive di qualsiasi forma di sussidio che ovunque in Europa esiste, o di reddito di cittadinanza.

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